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I pesi sulla bilancia

Mi sta capitando spesso di trovarmi in difficoltà in termini di comprensione del prossimo. Di solito non mi è troppo complicato calarmi nei punti di vista altrui, a meno che non si tratti di serial killer o estremismi simili… anche se non condivido, di norma riesco ad intuire cosa ci sta dietro. Ora non riesco più a capire quali sono le cose che vengono messe sui piatti della bilancia del giudizio, quali unità di misura vengono scelte per misurare le situazioni, le azioni, i contesti. E non parlo strettamente di quello che faccio io e delle successive reazioni. Parlo di quello che dice e fa chi quelle reazioni le porta avanti.

Trattandosi di una valanga di situazioni molto differenti tra loro ma riconducibili tutte a questo discorso, tenterò di generalizzare quanto più posso.

 

Non comprendo che valore ha la conoscenza approfondita di persone e situazioni. E la stima, affermata e ribadita con forza ad ogni occasione. Che valore hanno, se alla prima virgola storta in anni ed anni non bastano per non pensare male a scatola chiusa e giudicarmi? A non comprendere a livello umano? Che valore avevano quando venivano date per certe?

Non comprendo a cosa serve vedere tutte le debolezze degli altri, tutte, dalla prima all’ultima, e passare la vita a soccorrerle ed insegnare come superarle….se poi le proprie non le si vuole guardare nemmeno per sbaglio? Se le proprie non le si vuole affrontare, non le si vuole vincere e si finisce per anteporle a cose oggettivamente più gravi? Che senso ha voler insegnare qualcosa che non si vuole imparare?

Non comprendo, a cosa serve affermare l’importanza della semplice vicinanza se poi non è quella la cosa importante? Non sarebbe più facile e meno doloroso dopo dire le cose come stanno da principio?

Quanto è lecito mostrare riconoscenza? Qual è la misura giusta? In base a cosa la si proporziona? In quali casi non basta mai, quando si sfocia nell’eccedere, da quali codici è regolamentata? Perchè si può dimenticare tanto facilmente?

Quanto è lecito tenere gli occhi soltanto sul dolore? Perchè sulla bilancia devono necessariamente valere di più dei cieli sereni che ogni tanto spuntano anche nelle stagioni più piovose? Perchè il buono non ha nessun valore, che senso ha? Quanti cieli limpidi servono per pareggiare un dolore? Quanta vita presente e futura è giusto non vivere per un dolore?

Quanto è normale… non lecito, ma proprio NORMALE, che una persona stabilisca a priori la natura delle tue azioni, dei tuoi pensieri e delle tue intenzioni senza nemmeno prendersi il disturbo di domandartelo? “Chi vuol capire impari prima a chiedere” cantava qualcuno. E allora mi chiedo: quanto vuoi veramente capire una situazione o una persona se fai tutto da solo e non instauri nemmeno l’ombra di un dialogo a riguardo? Come si può giudicare qualcosa che non si ha nemmeno tentato di conoscere?

Tante domande. Non so se troverò risposta, e non so nemmeno quanto sia compito mio cercarle: sono interrogativi che riguardano una maniera contraddittoria di agire che non mi appartiene. Sia chiaro, non sto dicendo che sono un mostro di coerenza… ma se c’è una cosa che con tanta fatica ho smesso di fare negli ultimi due anni è accampare alibi. Vivo smontandomeli tutti, costantemente, continuamente, sostituendoli con la comprensione di quello che mi muove. Ora ti racconto come sono arrivata a dire o fare qualcosa, che è estremamente diverso dal cercare giustificazioni. Non ne concedo a me stessa, figurarsi se ne voglio da altri. Non me ne faccio proprio un bel niente delle giustificazioni.

Tante domande, dicevo. Dalle più svariate risposte, probabilmente. Risposte talvolta deludenti. Ma utili… da tutto si impara. Veramente da tutto. E ne sto imparando di cose….

(NB: LO RIPETO DI NUOVO, QUESTO POST E’ UNA GENERALIZZAZIONE TOTALE. CONTIENE MILLANTA SITUAZIONI.)

 

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